La sfida dei movimenti climatici. Il report del dibattito

Direttamente dallo Sherwood Festival di Padova, riportiamo i punti salienti del dibattito sui movimenti climatici di lunedì scorso. Via globalproject.info.

Un dibattito sentito e necessario quello di lunedì 17 giugno allo Sherwood Festival. Dibattito che ha provato a restituire la complessità, le sfide e il riscatto di interi pezzi di società in movimento. Quest’anno come non mai il tema della crisi climatica, delle grandi opere, dell’inquinamento è esploso in tutta la sua drammaticità. I dati scientifici si fanno sempre più allarmanti, le scellerate politiche estrattiviste globali non mostrano freno. L’immaginario è quello di un treno senza macchinista e fuori controllo che corre sul binario in attesa del precipizio: i passeggeri siamo noi, consapevoli a cosa stiamo andando incontro.
L’attuale fase del capitalismo si mostra in tutta la sua prepotenza in territori che – seppur diversi e geograficamente lontani – restano accomunati dalla marginalizzazione delle comunità colpite, dalle modalità repressive che i governi mettono in campo, ma anche da enormi bacini di conflittualità,
Queste le linee guida date da Marco Baravalle in apertura. L’introduzione ha toccato anche il tema – paradigmatico – di Venezia e della questione delle Grandi Navi, su cui si sono accesi nuovamente i riflettori dopo la sfiorata strage a San Basilio di alcuni giorni fa.
Il modello estrattivista non riguarda soltanto il saccheggio delle risorse presenti nel sottosuolo, bensì un congiunto di estrazioni di ricchezze sociali e culturali. «Non c’è più tempo» è il grido disperato di una generazione che lotta per la sopravvivenza. Non una battaglia, ma «la battaglia», la sfida più importante che non solo non si può perdere, ma che non ci si può esimere dal combatterla.

Un cinefilo potrebbe citare la battaglia finale per la Terra di Mezzo, l’ultimo disperato tentativo, l’ultima grande alleanza, prima che il mondo sprofondi definitivamente nelle tenebre. Ma qui non siamo in un romanzo di Tolkien. La realtà è ben più spaventosa, come ci ricorda Ester, la giovanissima attivista del movimento Fridays for Future Vicenza: «non sono una scienziata, non ho contenuti da portarvi se non la paura della mia generazione che si vede strappare il futuro da sotto gli occhi. Ma noi non ci stiamo».
Una generazione che affoga, ma che improvvisamente si ricorda di saper nuotare: «a Vicenza, durante la seconda giornata dello sciopero globale per il clima abbiamo deciso di bloccare la città e hanno risposto in tantissimi, consapevoli di agire nell’illegalità». Agire anche in risposta alla classe politica che pochi giorni dopo ha deciso di non votare a favore dello status di emergenza climatica in Senato. Decisivo il voto contrario del Movimento 5 Stelle, proprio coloro che si innalzavano a paladini dell’ambiente e dei territori.

La correlazione tra cambiamenti climatici e grandi opere oramai è lampante e imprescindibile: basti pensare alla grande manifestazione del 23 marzo a Roma che ha visto scendere in piazza decine di migliaia di persone, dove il dato emerso vede da una parte la capacità dei comitati di individuare i nemici responsabili e dall’altro l’evoluzione di una nuova forma di ambientalismo che ha chiaro  il ruolo – storico e presente – del capitalismo nella crisi ecologica globale.
Quando non avviene questa energia viene intercettata, dirottata e infine spenta dagli sviluppisti e dai pionieri del capitalismo green.  L’operazione di green washing messa in atto dalle multinazionali e dai governi vende come progetti risolutivi scialbe azioni compensative a danni ambientali da loro stessi creati. Tra i casi più eclatanti possiamo citare l’italiana Eni, che dopo aver distrutto il delta del Niger con danni ambientali e sociali gravissimi, ha ottenuto il premio come azienda internazionale più ecologica grazie a non meglio identificate riforestazione in altre parti del mondo, oltre a essere sponsor delle varie COP sul clima.
La scelta del blocco della bioraffineria ENI di Marghera da parte di centinaia di attivisti dei centri sociali del nord-est, lo scorso 2 marzo, ha voluto denunciare anche queste operazioni che fungono nientemeno da tappeto sotto il quale nascondere la polvere insanguinata da loro stessi prodotta.

Stefania Barca ci spiega meglio la genealogia di questo fenomeno entrando nel merito delle diverse tipologie di approccio all’ambientalismo che si sono susseguite negli anni: quello che punta a creare un “capitalismo verde” e quello nettamente e radicalmente antisistemico.
Nonostante sia nota da tempo la correlazione tra sviluppo umano e stravolgimento ambientale, la percezione sociale di una crisi ecologica planetaria avviene dagli anni 70. Il gravissimo incidente del ‘69 della petroliera Torrey Canyon, al largo della Cornovaglia, che ha comportato lo sversamento  di migliaia di tonnellate di petrolio in mare e la distruzione di interi ecosistemi, ha rappresentato una cesura per quanto concerne la percezione dell’ambientalismo, all’interno di un periodo storico di grande movimento – dai collettivi femministi a quelli studenteschi – tutti accomunati dal fatto di essere in contrapposizione al sistema capitalista, fonte inesauribile di tutta una serie oppressioni, devastazioni ambientali comprese.

C’è quindi chi legge l’emergenza ambientale e climatica attraverso una chiave di lettura rivolta alla salvaguardia del bios e c’è chi – sempre nello stesso periodo – propone un altro tipo di narrazione. L’emergenzialità è sempre il punto di partenza ed è sempre provocata dallo stesso sistema capitalista. Tuttavia, in questo caso, l’obbiettivo ossimorico è la  salvaguardia del capitalismo stesso. Questo tipo di approccio neo-malthusiano parte dal presupposto che dal momento che il capitalismo prevede uno sfruttamento illimitato di risorse limitate esso rischia di trovarsi in grave pericolo qualora le risorse dovessero esaurirsi. Si trova così costretto di conseguenza a risolvere in maniera manageriale i danni da lui stesso provocati al fine di poter continuare  a esistere, continuando a  sfruttare.

Le pratiche di governance delle risorse e della popolazione rappresentano l’approccio prediletto all’interno delle grandi conferenze mondiali sul tema clima-ambiente: il focus, sempre e comunque antropocentrico, trasla rapidamente dal tema della preservazione ambientale al tema del cosiddetto “sviluppo sostenibile” decretandone di fatto l’inconsistenza e l’insufficienza delle politiche – quasi mai vincolanti e quasi sempre di facciata – messe in atto (in primis quelle relative alla lotta ai cambiamenti climatici).
Nonostante il tatcheriano “there is no alternative” e l’immobilismo istituzionale, i movimenti rispondono di petto, crescono e fronteggiano i problemi ecologici verso l’obbiettivo della giustizia ambientale e climatica. Non un mero calcolo tecnico, ma un ripensamento e uno stravolgimento del modo di intendere l’ecologia e le mobilitazioni sulla questione del clima.

L’intreccio tra interessi economici e governo dei territori ha vito emergere in più di un’occasione veri e propri fenomeni di corruzione. Tra i più eclatanti quello della maxi tangente per il giacimento nigeriano Opl245 che vede come protagonista ancora una volta Eni, ben illustrata in un video contributo di Antonio Tricarico, di Re Common.

Sul tema è tornato il giornalista di Report Luca Chianca. L’episodio del suo arresto e di quello di Paolo Palermo, avvenuto in Congo a inizio 2017, è assai emblematico. I due erano giunti nel Paese africano per intervistare Fabio Ottonello, imprenditore italiano il cui nome era emerso nell’inchiesta. Dietro l’arresto, compiuto dai servizi segreti congolesi e fortunatamente risoltosi dopo alcuni giorni, ci sarebbero state pressioni proprio da parte del colosso energetico italiano. Chianca ha spiegato come Eni abbia costruito nel tempo un vero e proprio servizio “di sicurezza” extraistituzionale, in grado di proteggerla negli affari più loschi.

Ma chi sono coloro che pagano maggiormente il prezzo di tutto questo?  La prospettiva “economista” di Guido Viale individua la devastazione ambientale come una fonte inesauribile di disuguaglianze all’interno del sistema capitalistico globale.
Dall’avvelenamento della popolazione afroamericana di un’intera città del Michigan attraverso  la protratta e accondiscendente contaminazione dell’acqua, alla devastazione delle terre e delle popolazioni del Delta del Niger da parte di ENI sono solo alcuni degli esempi che sanciscono che le principali vittime della devastazione ambientale di stampo neocolonialista sono i poveri.

Diciamolo. Ripetiamolo un’altra volta perché fin troppo spesso il portare avanti istanze ambientaliste è stato considerato un privilegio di “chi se lo può permettere”. Ma la verità è tutt’altra perché coloro che ne subiscono le conseguenze non possono avere alcuna possibilità di riscatto politico e sociale se non viene affrontato il problema alla radice.
Parallelamente al movimento Fridays for Future vengono menzionate le parole d’ordine del movimento Extinction Rebellion che ha paralizzato attraverso imponenti manifestazioni la capitale inglese. “Act Now”: agire ora, senza esitazioni e nell’immediato. La conversione energetica è uno dei fulcri principale ma non può essere messa in atto senza una riconversione che riguardi tutto il sistema economico: dal grande al piccolo, dal gerarchizzato al partecipato, dal concentrato al diffuso. “Call assemblyes”: riunitevi perché senza la partecipazione della collettività non vi potrà essere nessuna transizione ecologica. Partecipazione non più intesa in termini di lobbying bensì di elaborazione collettiva dal basso di istanze e pratiche di conflitto e costruzione comuni.

Dal palco vengono rilanciati inoltre i prossimi appuntamenti, in particolare il Climate Camp che si terrà a Venezia dal 4 all’8 settembre prossimi.

Il video del dibattito:
https://www.facebook.com/globalproject.info/videos/372937530027713


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